Nel vangelo di oggi come in quello di domenica scorsa Gesù è in viaggio e lungo la strada parla di sé e di ciò che gli accadrà. In Mc per tre volte (questa è la seconda) Gesù ritorna sulla sua morte. Dopo ogni annuncio di morte i discepoli reagiscono. Domenica scorsa Pietro rimproverava Gesù. Oggi, dopo un annuncio così tremendo, i discepoli parlano di chi fra di loro è il più grande. Dopo il terzo annuncio, Giacomo e Giovanni, si avvicineranno a Gesù e gli chiederanno “Di stare uno alla destra e uno alla sinistra nel suo regno”. Gesù sta parlando della possibilità della sua morte, i discepoli discutono su chi fra di loro possa essere il più grande, il migliore. Allora Gesù si deve sedere, e dire: “Se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”. Poi prende un bambino e lo abbraccia: “Quando accoglierete un bambino, accoglierete me e mio Padre”.
Il bambino, non aveva nessun diritto. Il bambino era l’ultimo di tutti. Allora: se tu accogli un bambino, che è l’ultimo, tu accogli tutti (gli altri che stanno più avanti). Se tu sei l’ultimo, non sei superiore a nessuno, non ti ritieni di più o migliore di nessun altro: sei l’ultimo. Ma essere gli ultimi non vuol dire sentirsi inferiori, né rifiutarsi, né denigrarsi o disprezzarsi, né essere quelle persone servizievoli che si umiliano per gli altri e che si ritengono indegni di tutto. Gesù era l’ultimo, ma non inferiore a nessuno. Essere ultimi vuol semplicemente dire avere rispetto per tutti cioè non sentirsi superiori a nessuno.
I discepoli per il fatto di essere famosi, conosciuti, vicini a Gesù si consideravano più dei altri, superiori. I discepoli il potere del padrone. Il padrone domina, gestisce, controlla, dispone, perché si sente di più, super-iore agli altri, che considera chiaramente inferiori. Il padrone si sente legittimato a umiliare, a decidere per gli altri, a stabilire, a condurre, ecc. In quanto padrone, decide lui, perché lui si sente di più. Ma voi non siate padroni così: siate servi perché nessuno vi è inferiore. Il servo è colui che rispetta tutti. Il servo non è colui che si umilia ma colui che si può chinare su tutti perché non si sente superiore a loro.
Tutti noi siamo padroni, cioè abbiamo il potere di gestire, di dominare sugli altri. Quindi devo osservarmi (os-serva-rmi vuol dire farmi servo di me) bene perché potrei gestire e disporre degli altri. Pensate al potere che ha un genitore con suo figlio. Un genitore ha potere con suo figlio. Un genitore può essere servo o padrone di suo figlio. Per esempio, un bambino è totalmente dipendente dalla propria madre. Un bambino non può fare a meno della madre per mangiare, vivere, essere amato e riconosciuto. Una madre ha in mano qualcosa di terribile: il potere dell’amore. Una madre può dire a suo figlio: “Se tu fai così… allora io non ti amo”. Il figlio, che ha bisogno dell’amore della madre, non può che fare quello che vuole lei o per lo meno ci prova con tutte le sue forze.
In questi esempi si vedono persone che tentano di far fare all’altro quello che loro vogliono: sono dei padroni e non dei servi. L’amore non ha bisogno di dominare, perché dominare è possedere. Se io ho bisogno di mettere in rilievo la mia superiorità allora vuol dire che sto nascondendo la mia inferiorità e che la camuffo con il bisogno di superiorità.
Quando ti faccio pesare e “notare” quello che io ho fatto per te, sto tentando di dominarti. Molti dicono: “Ecco, con tutto quello che io ho fatto per te”, come a dirsi: “Tu fai il bene e questo è il ringraziamento che la gente ti dà. Mai più aiuterò qualcuno”. Mi aveva aiutato ma per averne qualcosa. Mi aveva aiutato perché voleva accampare diritti per il futuro. Cercava insomma di dominarmi, di gestirmi, di aver potere su di me.
Quanta gente “se la tira”, “fa la preziosa”, non ti dà mai una risposta o deve essere pregata per darti una mano? Quanta gente ti fa notare che lei “ha”, “è laureata”, “può permettersi questo e quell’altro”: sono tentativi di dimostrare la loro superiorità facendoti notare la tua inferiorità. Sono padroni. Si domina facendo notare all’altro sempre i suoi difetti, i suoi sbagli e i suoi limiti. Così facendo lo si tratta sempre da inferiore, da incapace.
Essere il primo e il più grande è un’ambizione istintiva, presente nel cuore di ogni persona e in tutte le culture. Anche nelle comunità cristiane di antica o di recente fondazione. Gesù capovolge questa logica umana. Lo afferma con le parole; più tardi ne darà la testimonianza, chinandosi, come uno schiavo, a lavare i piedi dei suoi discepoli. Egli, “il Signore e il Maestro!” ha scelto l’ultimo posto. In tal modo, Gesù insegna con autorevolezza ad ogni persona e a tutti i popoli un nuovo stile di relazioni umane, spirituali e sociali.